venerdì 9 maggio 2014

Alla portoghese, come il latte



À portuguesa”, ossia alla portoghese, è un’espressione che da queste parti è normalmente usata in due campi distinti.
Nel campo gastronomico è per esempio la denominazione di due ottimi piatti, che rappresentano, assieme alla scarsa propensione nazionale per le attivitá físico-sportive, un importante contributo nelle statistiche dell’infarto al miocardio, ossia il “bife à portuguesa” (non esiste in realtá unanimitá sulla ricetta, é una braciola normalmente di vacca cotta in padella, con olio, aglio, a volte un po’ di lardo, con una fetta di prosciutto anch’essa fritta nell’olio, in certi casi con mostarda e uovo al tegamino, ma sempre con patate fritte come contorno obbligatorio), ed il “cozido à portuguesa”, il bollito nazionale, non consigliabile peró per i malati nonostante si tratti di lesso: piatto invernale per eccellenza, é un sontuoso classico della cucina lusitana, dove le varie carni, spesso com molto grasso, sono accompagnate da differenti “enchidos” (la traduzione di insaccati pecca per difetto), orecchie di maiale, fagioli, riso, cavoli, patate e rapi lessi, il tutto presentato, perlomeno nei ristoranti tradizionali, con quella preoccupazione estetica che caratterizza la vera cucina casalinga portoghese, ossia in un piatto pieno di tutto, un monte pantagruelico di delizie culinarie, ma una sull’altra, senz’arte né parte.
Oltre al campo culinario l’espressione “à portuguesa” ha però anche un altro palco, più sociologico direi: usata quotidianamente da tutti i portoghesi per descrivere azioni e soluzioni, è unanimamente considerata un sinonimo di raffazzonato, fatto male, con spirito truffaldino, senza alcuna professionalità, ecc... Un po’ come la nostra espressione “all’italiana”, ma molto più diffusa (chissà se in Germania dicono “alla tedesca” e quale sará il suo significato, chissà…) È dunque un’espressione peggiorativa, normalmente usata per commentare e caratterizzare situazioni negative, della vita politica o della vita quotidiana; occhio però che quest’espressione è utilizzabile essenzialmente dai lusitani, che, quando la scoprono usata da cittadini stranieri, ritrovano rapidamente il loro orgoglio nazionale (mai morto e che spesso convive, in un curioso bipolarismo tutto portoghese, con l’abitudine di parlar male del proprio Paese, ora un po’ meno in voga ma estremamente diffusa negli anni ’80 e ’90) e si ergono a difensori delle loro virtú nazionali.

Mi perdonerete il divagare, ma è la necessaria introduzione a un episodio che mi è successo qualche mese fa e che secondo me ritrae alla perfezione il significato di quest’espressione: protagonista involontario di questa traduzione con i fatti piú che com le parole é il mio meccanico lisboeta, il signor G.
Alto poco piú di un metro e mezzo, peso stimabile intorno ai 50 kg, il signor G. ha la sua officina in un complesso “polifunzionale” (campetto di calcetto, ristorante, officina e altre baracche) di un quartiere popolare di Lisbona, e lo spesso velo che ricopre i suoi occhi, cosi spesso da poter essere scambiato per un vetro opaco della Saint Gobain di 4 mm, si tinge normalmente di rosso nel periodo successivo al pranzo, quando un colore tra il rubino ed il vinaccia comincia a diffondersi nella fitta rete dei capillari del suo viso, in una trasformazione cromatica che ha nel naso l’indiscusso protagonista.
Simpatico, disponibile e soprattutto con prezzi piú che accettabili, il signor G., dopo ogni intervento nella mia Yaris, mi ripete sempre che é tutto a posto, che non mi devo preoccupare, e mi saluta sorridendo, dopo avermi consegnato un foglietto scritto a mano con l’importo da pagare, in un corsivo elegante che peró non specifica mai gli interventi nel dettaglio, e che sembra non conoscere l’esistenza dell’imposta di valore aggiunto…
Ma il clímax della sua attivitá, il signor G. lo ha raggiunto lo scorso anno, quando gli lasciai la macchina chiedendogli di portarla all’ispezione annuale, necessaria per il tagliando, momento temutissimo dagli automobilisti perché spesso obbliga a riparazioni, sostituzioni, insomma a spendere, attivitá questa, come si sa, da evitare, sempre che sia possibile.
Dovete sapere che gli organismi che certificano le macchine nelle ispezioni, perlomeno sulla carta, sono obiettivi ed indipendenti, immuni da pressioni esterne, di qualsiasi tipo; considerando peró la latitudine a cui ci troviamo, io preferisco sempre consegnare la Yaris al signor G., che la porta al centro di ispezioni, dove conosce senz’altro più di una persona, sempre sorridendo, dicendo la fatidica frase “lasci fare a me”, in portoghese “deixe comigo”.
È chiaro che la mia fiducia nel signor G. è inattaccabile, fondata com’è sulla mia totale ignoranza ed incapacità in tutto quello che fa parte della meccanica dei motori. Ma l’ultima volta che ho lasciato la macchina per il tagliando sono in realtà andato via preoccupato: la spia gialla di un’avaria (il consiglio del manuale di istruzioni era chiaro, accosti e chieda aiuto, se continua a guidare potrà provocare danni irrimediabili, ecc…) si era accesa da qualche giorno e, anche se il signor G. mi aveva rassicurato che si trattava di un semplice contatto, invitandomi a stare tranquillo, poteva comunque rappresentare un problema nell’ispezione, per cui questa volta quando lasciai l’officina, la frase “deixe comigo” mi suonò meno convincente, e mi sembrò di scorgere nel cielo strane nubi minacciose…
Niente di più errato, la sera stessa sedevo sulla Yaris, con il nuovo tagliando nell’apposito reparto, e soprattutto già senza la spia gialla: interrogato sulla sua scomparsa, ricordo che il signor G. non rispose e sorridendo mi fece un simpatico saluto con la mano, ammiccando come si fa tra amici.
Rincuorato da questa manifestazione di amicizia e soprattutto contento del risultato, non ho più visto la spia accendersi fino al giorno in cui (mesi dopo, la prima volta che la usava) mi chiamò Paula che quasi gridando mi chiese perché non le avevo raccontato quello che aveva fatto il signor G., che non ci poteva credere, che era una vergogna, e cosi via: le confessai che non avevo idea di cosa stesse parlando, e restai sinceramente di stucco quando Paula tornò a casa e vidi com i miei occhi quello che potete vedere anche voi nella foto, ossia la spiegazione della scomparsa della spia di avaria meccanica.
In quel piccolo pezzetto di nastro isolante nero (colore che con determinate condizioni di luce si rivela miracolosamente identico al nero del quadro di strumentazione) è racchiusa non solo l’espressione riferita nel titolo, ma direi l’identitá di un intero Paese, il suo presente e forse anche il suo futuro, quasi più che nel verde e rosso della bandiera nazionale: e dietro a quel piccolo pezzo di nastro isolante, ma percepibile solo com una faticosa inclinazione del busto e della testa, ho potuto ammirare la lenta riapparizione del giallo, che a poco a poco disegnava il logotipo dell’avaria, simbolo in realtà vivo e vegeto, e che mai si era spento. Tra le mie risate e convulsioni, il signor G. senza saperlo si è in quel momento definitivamente guadagnato un posto nella mia top ten, raggiungendo probabilmente il podio pochi giorni dopo quando, messo a confronto con l’accaduto, si giustificò con un sorriso, dicendo che era l’unico modo per passare l’ispezione, e che se non avesse messo il nastro isolante avrei dovuto spendere un bel gruzzolo senza nessun motivo.
Mi è quasi venuta voglia di abbracciarlo, il signor G., ed in fondo anche il funzionario del Centro di ispezioni, chiaramente incompetente ma altrettanto chiaramente non corrotto, sennò non avrebbe costretto il signor G. a questa trovata geniale, degna di un vero eroe.
Vi lascio dicendovi che logicamente non vi rivelerò mai l’indirizzo dell’officina del signor G., sono sicuro che capirete, non posso rischiare che un improvviso sovraccarico di lavoro lo renda meno disponibile, mi scuserete ma tesori come questo non si dividono: come dicono i portoghesi, “nem pensar”…


di Matteo Gabellieri



Matteo Gabellieri, nasce a Grosseto nel 1967, e dal 1998 vive e lavora a Lisbona, che é diventata ormai la sua cittá. Italiano di nascita e portoghese d’adozione, forse portuliano senza patria: in questi anni ha percorso il Portogallo in lungo e largo, e ha da poco deciso di trasmettere la sua passione per questo Paese, dove la terra finisce e cominica il mare, a tutti i turisti italiani che lo vogliono visitare, nel suo nuovo sito www.ilmioportogallo.it





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